Intelligenza artificiale e patrimonio aziendale: un rischio ancora poco conosciuto, che può coinvolgere progetti, listini, informazioni commerciali e know-how.
Immaginiamo un dipendente che debba analizzare un contratto, confrontare alcuni preventivi o sintetizzare un progetto tecnico.
Per risparmiare tempo, carica il documento su una piattaforma di intelligenza artificiale, senza sapere se quel servizio sia autorizzato dall’azienda.
Un’operazione semplice, apparentemente innocua. Eppure potrebbe aver trasferito informazioni riservate fuori dal controllo dell’impresa.
Non serve un hacker, non c’è necessariamente un furto e spesso non esiste neppure la consapevolezza di aver creato un rischio.
Il valore delle informazioni aziendali
Ogni impresa possiede un patrimonio che non compare necessariamente in bilancio: formule, procedure produttive, progetti, listini riservati, strategie commerciali, condizioni contrattuali e informazioni sui clienti.
Un patrimonio costruito spesso in decenni di lavoro.
L’impiego di strumenti di AI non autorizzati, un fenomeno conosciuto come shadow AI, può esporre queste informazioni a soggetti esterni.
Non significa che ogni documento caricato venga automaticamente divulgato o utilizzato per addestrare un modello. Molto dipende dal servizio, dalle condizioni contrattuali e dalle impostazioni di sicurezza.
Il rischio nasce quando l’impresa non conosce né controlla queste condizioni.
I numeri di un fenomeno sottovalutato
Secondo il Cost of a Data Breach Report 2025 di IBM, soltanto il 31% delle organizzazioni italiane considerate nella ricerca disponeva di politiche per gestire l’utilizzo dell’AI o individuare strumenti non autorizzati.
A livello globale, negli incidenti di sicurezza collegati alla shadow AI, il 40% ha comportato anche la compromissione di proprietà intellettuale.
Numeri che evidenziano quanto sia importante accompagnare l’innovazione con adeguate misure di controllo.
Anche la legge riconosce il valore di questi segreti
Un elemento particolarmente attuale arriva dalla normativa italiana.
Dal 23 ottobre 2026, una modifica all’articolo 98 del Codice della proprietà industriale include espressamente, tra i possibili segreti commerciali tutelati, anche dati, algoritmi e metodi matematici utilizzati per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale.
La tutela richiede però precisi requisiti, tra cui l’adozione di misure ragionevolmente adeguate a mantenere segrete le informazioni.
Una ragione in più per definire regole aziendali sull’utilizzo dell’AI.
E le assicurazioni?
Le polizze Cyber possono offrire importanti garanzie per determinati eventi informatici, compresi alcuni costi conseguenti alla violazione di dati e alla gestione di incidenti.
Ma la perdita di valore economico del know-how, la divulgazione volontaria di informazioni attraverso strumenti non autorizzati o la compromissione di segreti industriali non sono necessariamente comprese nelle coperture.
Occorre verificare attentamente condizioni, esclusioni e definizioni degli eventi assicurati.
Come proteggere l’impresa
La risposta non è rinunciare all’intelligenza artificiale, ma utilizzarla con consapevolezza.
Quattro interventi possono fare la differenza:
- Individuare gli strumenti di AI autorizzati e verificare come trattano i dati.
- Stabilire quali documenti e informazioni non possono essere caricati su piattaforme esterne senza specifiche garanzie.
- Formare dipendenti e collaboratori sui rischi per la riservatezza.
- Verificare che le coperture assicurative siano coerenti con i rischi digitali effettivamente presenti.
L’intelligenza artificiale può aumentare enormemente la produttività. Ma il patrimonio di conoscenze di un’azienda deve continuare a rimanere sotto il suo controllo.
La gestione del rischio oggi passa anche da qui.
Roveda Assicurazioni
Fonti: IBM, Cost of a Data Breach Report 2025; European Data Protection Board, guida alla sicurezza dei dati; D.Lgs. 179/2026, art. 52, e Codice della proprietà industriale, art. 98.




